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Un vecchio e il mare nella terra dell’abbondanza

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Prima arriva il cappuccino e tredici minuti dopo la brioche.
Tredici minuti dopo.
C’è qualcosa che non va in questo Paese. Come un nastro al contrario. Me ne accorgo a colazione, in questo locale scintillante che proclama di avere la colazione italiana più buona d’America.
E me ne accorgo quando salgo sul Greyhound, il primo del percorso. New York – Washington.
Fuori 40 gradi, dentro 20, forse meno.
I passeggeri si proteggono dal freddo con maglioni e coperte di lana. Eppure è agosto. Quando scendono dal pullman, si spogliano.
Così pure nei ristoranti. Non puoi mangiare senza felpa. La temperatura è troppo fredda.
Così pure nei negozi. La temperatura è troppo fredda.
Entri sudato e ti prendi il raffreddore (a me è successo al quarto giorno di vacanza).

Sembra tutto spropositato.
Come i piatti che servono nei ristoranti, troppo grandi.
Così pure i bicchieri di Pepsi. Troppo grossi.
Così pure gli anelli sulle dita degli uomini sposati, come questo energumeno calvo nel sedile accanto a me. A lui non basta una fede, sull’anulare ha una patacca d’oro iridescente. Troppo grande.
Qui tutto è troppo: l’aria, il cibo, le persone.

Washington, stazione dei pullman. I passeggeri scendono dal bus e cominciano a dondolare. Un barile al posto del sedere, due tronchi raggrinziti al posto delle cosce. Cellulite, tanta. Uomini e donne come ippopotami, sembrano alieni.

Leggo le statistiche: il 70% degli americani è obeso. Negli ultimi 15 anni, gli adolescenti sovrappeso sono il 30% in più.

Vieni al mondo e sei infarcito di calorie. Grape jelly, whipped butter, fried chicken. A colazione, a pranzo, a cena. Diventerai obeso. La piaga dell’America. Molte donne sovrappeso hanno il ciclo mestruale azzerato e si accorgono di essere incinta al settimo mese di gravidanza. Per farle partorire non basta un’ostetrica. Me lo racconta un medico che incontro sul Greyhound, anche lui obeso.

Attraverso il Paese da Nord a Sud, lungo la costa orientate a bordo del levriero grigio, il Greyhound appunto, autobus giganti che collegano tutta la nazione. Attraverso New Jersey, Maryland, Virginia, North e South Carolina, Georgia, Florida.

Nell’albergo di Washington vago alla ricerca di una coperta. È l’una di notte e in camera la temperatura è glaciale. Inutile spegnere l’aria condizionata. Ormai il freddo si è appiccicato alle pareti.
Perlustro Washington, elegante e verdissima. Le bancarelle straripano di cappellini rossi: «Make America great again».
Poi vado a Florence. Rievoca la mia città ma non ha proprio nulla di Firenze. È l’America profonda. È quasi notte, ma tutti gli store sono aperti. Mi accecano le insegne, scintillano nella notte, riverberano nel cielo deserto.

Mc Donald’s, Denny’s, Shell, Walmart.
Il trionfo del benessere, secondo alcuni. La rovina del mondo, secondo altri.
Ne sono terribilmente attratto, ne sono meravigliosamente disgustato.

Devo cenare, ristorante anonimo. Un omone grasso e nero ha appena finito un piatto di spaghetti. Poi chiede un cheeseburger con patate. È solo, come tanti altri da queste parti, controlla compulsivamente il cellulare.
Anche la solitudine rende obesi.
E la povertà.

Esco a fare due passi. Motel, strada deserta. Ecco Cracker Barrel, old country store, mix tra ristorante e gift shop. Sono esposte le magliette col marchio. Qui tutto diventa gadget. Il cappuccino diventa Starbucks, la pizza diventa Pizza Hut.

Eppure siamo noi gli inventori di cappuccino e pizza.
Nonostante tutto, forse abbiamo qualcosa da imparare da quest’America, capace di trasformare un plagio in un impero.

Il viaggio prosegue, un altro Greyhound.
Vado a Charleston, la città più antica degli Usa. Meravigliosa. Le sue case dal sapore coloniale ti immergono nel passato come pochi altri luoghi al mondo. E questi alberi maestosi, querce secolari, arrotolano nel cielo i loro grandi rami formando una chioma bellissima. Per non parlare di questo motel, i letti sono i più comodi su cui abbia mai dormito.

America, amore e odio.

E poi il cheeseburger del pranzo, da «5 guys». Bacon a volontà, maionese, senape. È inutile condirlo così tanto, ma il fatto è proprio questo, così farcito è più buono.

E improvvisamente l’America mi sembra il posto più bello del mondo.
Free refill, dice il cartello sopra il distributore di bibite. Riempi il bicchiere ogni volta che vuoi. Che goduria quest’America. Progresso, forse però eccesso. E la libidine rischia di diventare condanna, si arrotola dentro questi corpulenti uomini-armadio.
Anch’io mi sto lentamente trasformando.
Allora sarebbe bene fare sport. Meglio guardarlo però. E allora baseball, basket, football. Dentro questo fast food, ci sono undici televisori. Undici. Vomitano immagini. No limits. Just enjoy.

Ma l’America non è quella dei film? Scruto volti per capire dove abita la felicità.

Forse non qui, in questa chiesa di Calhoun Street, ancora a Charleston. Emanuel African Methodist Episcopal Church, la chiesa del massacro, tre anni fa, quando un ragazzo bianco fece strage di neri armato di pistola. Voleva dare inizio a una guerra razziale. Nove morti. E Charleston ripiombò nel suo passato, quando divenne uno dei principali focolai della guerra di secessione. L’incubo riaffiora ancora oggi: bianchi contro neri. Resta la scia di una cicatrice invisibile. Neri e bianchi camminano per strada. C’è melting pot, ma forse è apparenza. I bianchi stanno coi bianchi, i neri coi neri. Insieme no, quasi mai. Soltanto nei luoghi di lavoro. E gli sguatteri negli alberghi, nei ristoranti, nelle fogne, nelle strade, sono sempre loro: i neri.

Torno alla stazione Greyhound, dove un vecchio estrae dallo zaino bibbie in miniatura. Le consegna ai passeggeri. Sono le bibbie dei Gedeoni, organizzazione evangelica di imprenditori cristiani che diffonde il messaggio del Nuovo testamento. C’è bisogno di Dio, quaggiù.

Poi Miami. Soltanto una cena nell’attesa di proseguire. È venerdì. Miami Beach. Ocean’s Drive. Svergognata e luccicante. Uomini coi sigari cullati sulle labbra, donne coi seni strabuzzanti. Garriscono bandiere Usa. Richiami ammiccanti dalle discoteche. Tutto è eccesso, paurosamente bellissimo.

Infine Key West, il punto estremo sud degli States. Attraversiamo una lingua d’asfalto in mezzo all’oceano, a bordo del levriero. Panorama mozzafiato, chilometri spettacolari. Ecco l’isola. Riscopro un angolo di poesia, dopo tanti piaceri artificiali. Non ci sono grattacieli, i fast food lasciano il posto ai locali di pesce fresco.

Vago nelle camere che furono di Hemingway. Ai suoi tempi non c’era l’aria condizionata. Oggi è sparata anche qui, fortissima. Osservo Ernest, il suo sguardo e i suoi pesci spada immortalati nelle fotografie. Campeggiano sulle pareti, mentre frotte di gatti si aggirano tra i nostri piedi.

Leggo «Il vecchio e il mare» sotto l’ombra di una palma. Seguo rapito le avventure del vecchio che combatte e quasi si arrende. E scopro, dopo giorni di opulenza, la bellezza del limite, l’intimo fascino della sobrietà.
Qui, nella terra dell’abbondanza.

Corriere della Sera