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L’ultimo Ciao

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Sono rigorosa e metodica, metodica e rigorosa. Anche il 12 marzo del 2014 mi sono alzata molto presto e metodicamente sono uscita di casa alle 7 e 20 per andare a lavorare. Rigorosamente ho timbrato il cartellino di entrata in ufficio alle 7 e 30. Come gli altri giorni avrei dovuto timbrarlo di nuovo per l’uscita alle ore 13 e 30: sei ore di un lavoro rigoroso e metodico. Il 12 marzo del 2014, però, prima di uscire di casa, a differenza degli altri giorni, non avevo salutato mio marito perché ero tanto stanca del suo male di vivere, tanto stanca di vivere così che volevo concedermi una pausa.

Per una piccola pausa era sufficiente, forse, non salutarlo prima di uscire e lasciarlo lì, in piedi sulla porta di casa: avrei volto lo sguardo verso il pulsante dell’ascensore, schiacciato il bottone e «Basta, basta!». Ed è quello che ho fatto alle ore 7 e 20: non ho salutato mio marito e mi ricordo che in attesa dell’ascensore lui era già sulla porta di casa per dirmi un semplice «ciao», ma io non gli ho risposto e lui non mi ha chiesto, stranamente, a che ora sarei rincasata perché aveva previsto tutto. Al mio ritorno a casa io non l’avrei più trovato seduto sulla sua sedia in cucina, ma disteso su una barella e con un lenzuolo a coprire il suo corpo esangue dopo un gesto disperato, un volo dal settimo piano.

Alle ore 9 ero rigorosamente in ufficio, lavoravo metodicamente, quando ho ricevuto una telefonata dalla dottoressa di famiglia che mi comunicava una brutta notizia che riguardava mio marito. Ma cosa poteva succederci di più infausto del suo male di vivere che ci aveva massacrato per cinque terribili anni? La sua morte e come aveva scelto di porre fine ai suoi giorni il 12 marzo 2014 era la normale conseguenza di una tragedia annunciata.

Qui il testo che accompagna l’illustrazione

Corriere della Sera