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PERDERE L’AMORE

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È il 1988, ho sedici anni, i jeans strappati, le sneaker gigantesche alla Zits e faccio il pendolare tra il liceo scientifico Albert Einstein e i gradini della chiesa di Santa Maria di Caravaggio, vicino Via Meda. Su quei gradini, e nell’oratorio omonimo, mi sono formato alla difficile arte del pesce rosso. È una sera di Febbraio e ho appuntamento con un amico, che per comodità chiameremo l’Amico. Avevamo convenuto che ci saremmo visti dopo cena sui gradini; ci si sarebbe fatti una cannetta per rimanere poi stonatelli a prender freddo, fino a smettere di ridere – succedeva sempre all’improvviso – e cercare la via di casa, senz’altro aggiungere che un virile cenno del capo, presi com’eravamo a recitare la parte del maschio di sedici anni. Due cenni di contesto: era arrivato il rap (io ero discepolo istintivo dei Beastie Boys e dei Run DMC) e quella sera, proprio quella sera, in tv c’era il Festival di Sanremo.

Sanremo era inammissibile: il concetto di guilty pleasure non era ancora nato, c’era solo la colpa, inemendabile. Per fortuna, nel mondo senza cellulari, si potevano ancora vivere vite diverse senza per questo essere accusati di essere/non essere quel che gli altri vogliono che siamo. E ci si poteva presentare in ritardo rinviando il momento delle scuse al poi. Fatto sta che quella sera io sto per uscire quando non ricordo quale canzone attira la mia attenzione. Mi fermo sulla porta a sbirciare – anche in casa occorreva tenere un contegno, non far trapelare curiosità o interesse per tutto ciò che non fosse totalmente coerente con l’idea di maschio di sedici anni. Ascolto la canzone, poi due, poi tre, infine mi sdraio per terra (sdraiarsi per terra tra gli adulti senza un cellulare in mano è molto diverso dallo sdraiarsi per terra tra gli adulti con un cellulare in mano; nel primo caso ci sei davvero, sei lì, senza dubbio, sei lì per un motivo e la tua testa i tuoi occhi le tue orecchie sono proprio lì, visibilissime). Mia madre accetta la piccola vittoria di vedermi ancora a casa alle dieci di sera senza voler stravincere (tacendo ovvero il fatto che STAVO GUARDANDO IL FESTIVAL DI SANREMO). A quei tempi i superospiti erano superospiti (i New Order, per dire) e già questo mi metteva in una posizione vagamente più accettabile con me stesso, certo, ancora lontanissimo dal poter di dire ad alta voce: ehi, sto Sanremo è una figata! Ma quel punto sarebbe presto arrivato: di Marrocchi e Artegiani, Perdere l’amore. Canta Massimo Ranieri (in quell’edizione l’orchestra non c’era, e dunque neanche il direttore d’orchestra; la modernità richiedeva scorciatoie e dunque si cantava su base musicale). Attacca Ranieri. L’epifania. Rimango inchiodato davanti alla TV fino alla fine (deve vincere quella canzone!) e poi vado all’appuntamento, che era tre ore prima ma pazienza.

Nella bruma (sì, c’era la bruma) della notte intravedo la figura de l’Amico: anche lui sta arrivando proprio ora, ma guarda un po’! Ci sediamo dopo esserci dati un cinque e senza indugio né richieste o offerte di giustificazioni sul ritardo sincronizzato, facciamo una cannetta. Poi ridiamo per un’ora o due, mentre surgeliamo. Infine, come da copione, cala il silenzio propedeutico al ritorno a casa. È in quel silenzio che io, ancora stonato, a mezza voce, guardando in alto, attacco così: E adesso andate via…. Me ne rendo conto giusto in tempo, so che l’Amico non ha idea di cosa io stia dicendo, quindi taccio e faccio per alzarmi. Ma lui, l’Amico, mi prende per un braccio e attacca a squarciagola «Voglio restare solo». Cantiamo la canzone per intero. Alla fine ci guardiamo, ci facciamo il solito cenno virile mento-in-su e ce ne andiamo, ognuno per la sua strada. Dopo quella sera non ne abbiamo parlato mai più.

Massimo Coppola
Corriere della Sera