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Notti in bianco – Annie DeWitt

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Era l’estate del 1990. Il muro di Berlino era caduto. Il telescopio spaziale Hubble era stato lanciato. Avevano liberato Mandela dalla prigione. La Microsoft aveva prodotto un disco, che il babbo aveva portato a casa dal lavoro, chiamato Windows. Era stato eletto Mikhail Gorbachev – «La Grossa Chiazza Rossa», lo chiamava mia sorella Birdie. A scuola raccoglievamo penny per salvare le balene dalla Exxon Valdez. Ryan White era morto di aids («Cos’è l’aids?» aveva chiesto Birdie. «È una malattia del sangue diffusa da un assistente di volo» aveva risposto la mamma a colazione, mentre io e Birdie parlavamo della foto della bambina scomparsa che infestava i cartoni del latte). Nelle vetrine dei McDonald’s era comparso un cartello: Mosca! Shenzhen! Il babbo ci leggeva brani dal Whole Earth Catalog. La mamma aveva incorniciato una fotografia intitolata Pale Blue Dot e l’aveva appesa sopra il televisore. Nel fine settimana guardavamo Il grande freddo su videocassette pirata. Quando la mamma alzava molto il volume della radio e cantava «I Heard It Through the Grapevine», io mi domandavo che roba fosse questo grapevine. La sera in cui Billy Crystal aveva annunciato che Balla coi lupi aveva sconfitto Ghost come Miglior film, il babbo aveva detto che il mondo intero si era rammollito. «Quella è la fidanzata di vostro padre» aveva detto la mamma a me e Birdie, indicando Demi Moore sullo schermo.

«Adoro che tu abbia freddo quando fuori ci sono 25 gradi» aveva detto il babbo con grande serietà, prendendo la mamma fra le braccia e recitando la battuta della sua scena preferita di Harry, ti presento Sally. «Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile». «Guardati intorno» aveva detto la mamma, accennando a me e Birdie, e alla casa sullo sfondo. «È già iniziato».

La sera io e Birdie mangiavamo cibo in scatola sui tavolini pieghevoli appollaiate sulla Lazy Boy di fronte alla tivù, e guardavamo le repliche di Lucy ed io e del Dick Van Dyke. Il futuro, per come lo vedevo io, veniva previsto da gente come Jane Jetson e Hulk Hogan. Nel giro di vent’anni avremmo avuto tutte l’acconciatura ad alveare e saremmo andati in giro a bordo di macchine volanti, con un fluttuante C1-P8 che ci preparava l’avena per la colazione in cucina. Sullo sfondo infuriava l’Operazione Desert Storm, mentre dall’altro lato della città le casalinghe gironzolavano nei cul-de-sac nuovi di zecca al volante delle loro Honda Accord. I contadini svendevano antichi terreni di sepoltura indiani ascoltando «We Didn’t Start the Fire» di Billy Joel e «Rhythm Nation» di Janet Jackson. Ogni sera l’uomo del notiziario diceva: «Sono le dieci, lo sapete dove si trovano i vostri figli?», e il babbo rideva e rispondeva, «No. E tu?».

Per me l’immagine di Fender Steelhead sdraiato stile aquilone sul tettuccio della Jeep fu l’inizio di un tradimento profondo. Non avevo mai voluto salvare qualcosa con altrettanta intensità. Avevo la sensazione che fosse quel momento della vita di cui lo zio parlava spesso, quello in cui il destino viene a fermarsi nel bel mezzo della via di fronte a te. In un momento del genere ti ritrovavi fuori dal tuo corpo, a guardarti oltrepassare una sottile linea bianca che rappresentava uno sterminato, implacabile abisso, ma che in realtà era un indizio talmente piccolo e insignificante che lo scambiavi per una fenditura aperta nella sabbia dal vento. Una volta avevo seppellito un criceto in una scatola in giardino. Si era rotto la zampa sulla ruota ed era solo mezzo morto quando l’avevo trovato, che ancora girava penzoloni. Lo zio l’aveva portato in veranda dentro una scatola da scarpe gialla perché finisse di morire. Ogni tanto usciva e la scuoteva. Ci era voluto tutto il pomeriggio prima che il corpicino smettesse di tremare. Avevamo seppellito la scatola alla fine del rialzo di cemento, sul davanti della casa. Non avevo idea di quanto impiegasse un animale a soffocare. Anche mentre coprivamo la scatola di terra, non ero poi così sicura che non annaspasse un pochino in cerca d’aria. «Mica puoi tirargli il collo» aveva detto lo zio.

Non c’era anima viva né morta cui importasse se Fender Steelhead fosse rimasto con i piedi per terra o fosse decollato per chissà dove. Agli occhi di Fender era tutta una questione di risultare all’altezza. In un modo o nell’altro doveva dimostrare di essere fatto della stessa pasta dei suoi fratelli. Quando non menava le mani, gridava sconcezze o apriva buchi nel muro, lui volava. Beveva e fumava. Si lasciava andare. Nel preciso istante in cui l’avevo visto venirmi incontro a tutta velocità, avevo capito che sarebbe stata dura. Che non l’avremmo passata liscia. Che a dividerci ci sarebbe sempre stata una tipica staccionata del New England, e i nostri piedi sarebbero rimasti ben piantati a terra, i suoi da una parte, i miei dall’altra. Il problema era che Fender mi aveva già sottratto il diritto all’emancipazione. «È una vergogna» aveva detto la mamma riferendosi ai ragazzi non appena la Jeep aveva svoltato l’angolo. Io fissavo il dietro della maglietta di Fender mentre la Wrangler sfrecciava via fino a scomparire. «Non si guarda così la gente» aveva riso la mamma, rifilandomi uno scapaccione bonario sulla nuca. Era una frase che ripeteva spesso, ma ancora non sapevo quanto fosse importante.

Questo testo è stato tratto da Notti in bianco, di Annie DeWitt, Edizioni Black Coffee