Quando l’aereo è decollato ho salutato con una strizzata d’occhi Buenos Aires, l’Argentina, l’inverno australe e tutti quegli infiniti chilometri di asfalto che in tre settimane di viaggio avevo battezzato con la suola delle mie Nike. L’ho fatto con una stretta al cuore, come se qualcuno da laggiù mi stesse guardando andar via dopo aver speso fino all’ultima goccia di sudore per convincermi a restare.

Un paio di ore dopo il Boeing è caduto nel torpore e le tendine degli oblò si sono abbassate per simulare la notte. Una notte finta in cui non riuscivo a dormire.
Poi all’improvviso mi sono ricordato della tendina chiusa e del finestrino.

L’ho alzata, e fuori ho visto quello che in vita mia non avevo mai visto.

Volavamo sopra l’oceano appena oltre le coste brasiliane, e laggiù, a ovest, sulla fine del mondo, il sole dipingeva l’orizzonte col più incredibile dei rossi, un’infinita striscia di sangue che ridisegnava la curvatura terrestre facendomi sospettare, come poche altre volte nella vita, l’esistenza di Dio. Il giorno si spostava un po’ più in là per essere giorno altrove, correva a ovest fino a diventare est. E mentre la striscia si assottigliava e diventava di un rosa conchiglia ho pensato che quel sole che ora interpretava la più tragica delle morti l’avrei visto rinascere appena qualche ora dopo a Roma, dentro un’alba che si sarebbe rivelata pallida, afosa e assai meno espressiva.
Il mondo è un grande gioco, mi dicevo.

Da quel momento in poi non ho più abbassato la tendina. La notte si ispessiva, fissavo il vuoto pregando me stesso di dormire così da scacciare la noia delle ore.
Invece l’occhio è caduto altrove, nello spazio vuoto tra i sedili davanti a me.

Era il posto di un argentino basso e dalla pelle olivastra, sulla quarantina, la testa grossa, una cuffia di tanti e corti capelli neri; portava una Polo scura con il colletto alzato, l’avevo notata poco prima del decollo e mi aveva fatto ripensare a quella moda anni ’90 dettata da quel calciatore francese. Sembrava un tipo inquieto: aveva a disposizione tutti i sedili della sua fila e da quando ci eravamo alzati in aria era stata una migrazione incessante in cerca del più comodo (per un paio d’ore aveva anche dormito completamente sdraiato, occupandoli tutti).

Ora aveva appena aperto un foglio mezzo spiegazzato, a righe, di quelli che si strappano dal quaderno.
Era una lettera, scritta in un castigliano semplice, a inchiostro nero, la grafia femminile: una lettera d’amore.
L’ho capito con un tuffo al cuore dopo le prime, pochissime parole.

«Una lettera d’amore va sempre letta, che tu sia o non sia il destinatario» mi sono detto.

Questa, in particolare, parlava di litigi, momenti difficili, di una rottura. Parlava a lui ma anche a me che, chino in avanti, leggevo riga per riga senza fretta: tutti e due ci trovavamo davanti a una specie di segreto che si svelava per la prima volta. A tratti staccavo gli occhi dal foglio e lo guardavo, fissavo le sue spalle, mi dicevo che se si fosse voltato avrei dovuto fingermi occupato in qualche modo, rapito da altri dettagli che non fossero quel pezzo di carta. In altri momenti, senza paura di essere scoperto, cercavo di cogliere le tracce che le parole di lei gli lasciavano sul volto.

Ero entrato nella sua vita così da vicino e non avevo nemmeno chiesto permesso.

Lei continuava ad amarlo. Credeva che le cose potessero migliorare stando insieme. Si rivolgeva a lui con quel vos che è cosa splendida, ha il sapore di altri tempi. Ho pensato a quanto fosse magnifico trovarsi da solo sopra un aeroplano diretto dall’altra parte del mondo e leggere la lettera di una donna. Non credo mi sia mai capitato. Ho ricevuto sì lettere d’amore, la prima la ricordo ancora perfettamente, era scritta su un foglio di quaderno color malva che conservo ancora oggi in un cassetto bunker, introvabile, un po’ per gelosia e un po’ per vergogna.

Chi me l’ha scritta aveva concluso con un castissimo «ti voglio bene» che a tredici anni suonava impegnativo quasi quanto una promessa di matrimonio. Poi sono arrivati i telefoni cellulari, l’amore affidato ai chip, lo schermo consumato a furia di rileggere lo stesso messaggio, interpretarlo, impararlo a memoria come una litania o una formula magica.

Ma qui, su questo aereo sospeso nel vuoto, dove i telefoni tacevano lasciati soli senza segnale, la carta si prendeva la sua rivincita.

Grafia, colore dell’inchiostro, margini e storture erano parte di un lessico vivo, forse difficile da interpretare ma certamente più credibile rispetto a una raffica di emoticon.
«Ti amerò sempre» proseguiva intanto la lettera.
Avevamo girato il foglio e attaccato a leggerne il retro.
«Voglio che tu sia felice».
Ho immaginato chi potesse averla scritta, se una giovane ragazza ancora all’università oppure una donna in carriera ormai disabituata a usare carta e penna. Mi sono chiesto se si trattasse di una relazione clandestina oppure di un rapporto duraturo che andava spegnendosi, magari un matrimonio. Ho provato a osservare la scena di lei che scrive seduta al tavolo di una cucina, dentro un appartamento alla periferia di Buenos Aires. Ma non sono riuscito a scegliere in che modo gliela potesse aver consegnata: sulla porta di casa, guardandolo andar via, oppure all’aeroporto, all’ultimo secondo, dopo una corsa in taxi e con il fiatone che toglie le parole. Quel che è certo è che lei sapeva della sua partenza.

Nella lettera gli augurava che quel tempo da passare lontano potesse aiutarlo a scegliere se darle un’altra opportunità oppure no. Scriveva con un tono gentile, premuroso e allo stesso tempo insistente. Arrivava a supplicarlo di non farla soffrire, che qualsiasi scelta gliela rendesse nota subito, anche da lontano. Non ho potuto evitare di domandarmi dove stesse andando quest’uomo, se una volta a Roma il suo viaggio l’avrebbe portato altrove o se avrei potuto persino sperare di rincontrarlo. Fremevo dalla voglia di sapere per quale motivo non si era messo a leggere non appena si era seduto al suo posto, quando ancora il nostro aereo era parcheggiato all’aeroporto di Ezeiza. Temeva forse che la lettera avrebbe potuto dissuaderlo dal partire? Per questo aveva aspettato oltre sei ore prima di aprirla?

Più si avvicinava la fine del testo più i caratteri si facevano grandi, l’interlinea aumentava, la scrittura si inclinava. «Ti amo» ripetuto all’infinito, disperato. Mi mancava solo una cosa per dire di aver completato la mia lettura, la cosa più importante, quella senza la quale tutto sarebbe rimasto senza senso o una beata invenzione: il nome di lei.

Ho giurato a me stesso che non l’avrei mai dimenticato, che sarebbe rimasto con me per sempre, magari in un angolo, in attesa di scriverci un racconto o di incontrare una donna dallo stesso nome e sposarla. Ora so perché feci queste promesse: in bilico tra le nuvole e con la vita in sospeso, diretto verso casa dove non mi aspettavano né un lavoro né un amore, provavo a costruire il racconto del mio futuro a partire dalle coincidenze e dai dettagli.

Eppure, proprio quando già ero arrivato a scorgere il «tua» a cui sarebbe seguito forse un «Maria» o un «Beatriz» o chissà cos’altro, il foglio ha smesso di scorrere.
Quel nome è restato lì, nascosto dietro a una spalla.
Ho provato a muovermi di qualche centimetro, sarebbe bastato un niente, solo un piccolo scarto, ma lui è rimasto immobile a proteggere il suo segreto. Era giunto alla fine prima di me, aveva letto anche il post scriptum di cui scorgevo alcune parole, e si era fermato.

Dal mio nascondiglio, fissando oltre il pertugio con più desiderio di prima, l’ho pregato di andare avanti per un solo centimetro. L’ho fatto con così tanta foga che per un attimo ho temuto di aver parlato. Poi, finalmente, si è mosso: eccolo, lo vedevo tornare sulla prima pagina, concentrarsi, capovolgere il foglio tenendolo appeso tra indice e pollice.
E d’improvviso, senza che il mio cuore se lo potesse minimamente aspettare, appallottolare il foglio con entrambe le mani.

È stato un gesto compostissimo, quasi rilassato, gli ho visto le dita grassocce stringere la carta fino a schiacciarla, sul medio della mano sinistra portava un grosso anello d’oro. Quando si è chinato per riporre la lettera tra i rifiuti il suo volto era annoiato, senza espressione. Si è alzato, dopo un minuto era di ritorno con un bicchiere di aranciata e dei salatini. Si è messo a guardare un film giapponese.

Adesso fuori dal finestrino vedevo la notte africana. Algeri, dall’alto, era un alveare di luci, le sue strade si perdevano nel deserto per chilometri. Le navi in rada invece mi apparivano lucciole sottili nel buio d’acqua. L’aereo adesso era tornato vuoto: come le ore, come le domande senza risposta.

Antonio Oleari
Corriere della Sera