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Mio padre

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Quattro giorni fa è venuto a mancare mio padre.

Ero a Napoli per uno dei miei incontri con Riccardo Muti, che considero mio fratello maggiore.
L’ho saputo appena sceso dal treno, è venuto a mancare mio padre

Sono stato decine di volte a Napoli, non l’avevo mai vista così. Era una giornata col mare in tempesta. Un vento impetuoso che si camminava a fatica, le onde erano come impazzite, gli schizzi d’acqua raggiungevano il lungomare. Era deserto per il maltempo. Il cielo era lattiginoso, senza colori, l’orizzonte indefinito, Capri sembrava sparita. Le boe e le corde delle imbarcazioni sballottate dalle onde emanavano uno strano sibilo: sinistro.
Ho provato a fare una foto col cellulare ma era fuori uso: meglio così.
Qualcosa deve restare nella memoria, al di là della sua realtà immediata, liberandoci dalla tirannia dell’istante che si vuole fissare: il tempo forse finirà col mitizzare quella giornata.

Tutti gli elementi della natura sembravano essermi ostili, in una città, Napoli, dove ogni dettaglio si fa metafora di qualcosa. Camminavo un po’ frastornato quando mi sono rifugiato a Castel dell’Ovo dove si è appena inaugurata la mostra su Eduardo De Filippo. Ad accoglierti all’ingresso ci sono alcune sue poesie, una si intitola: O’ mare fa paura, dal tema così drammaticamente attuale. C’è un video, l’audio è difettoso ma è sufficiente guardare il volto scavato di Eduardo: il sopracciglio arcuato, a tratti sornione, è già una piéce di teatro, i suoi zigomi alti come otri raccolgono il senso di una dinastia artistica ma anche una umanità disperata e attonita nella sua lotta per la sopravvivenza fisica e morale, e in quel sopracciglio ritrovi tutte le crepe, le contraddizioni e gli sberleffi del Meridione.

In poche ore celebro la morte e la vita, un lutto e un compleanno importante, che cade nel giorno in cui si commemorano i defunti, percorrendo a breve distanza il cerchio e il senso dell’esistenza umana.
Sono le regole del gioco.
La vita e la morte che si toccano, il destino incrociato.

Alla mostra mi hanno dato il catalogo e una borsa con sopra scritta una massima di Eduardo: potevo scegliere tra «Non me piace ‘o presepe» da Natale in casa Cupiello, e «Ha da passa’ ‘a nuttata».
Ho scelto questa.
Mi sembrava più appropriata.

In quel diario della memoria di Eduardo, pensavo alla mia memoria, così mi tornavano alla mente frammenti sparsi, disordinati, del rapporto ambivalente che ho avuto con mio padre, con cui ho cominciato a vivere nel secondo tempo della mia adolescenza, per la decisione di un giudice.
Un rapporto negli ultimi quindici anni fatto di attaccamento e distacco, di richieste inascoltate.

Ti lasciamo andare, papà, e forse avrò la possibilità di ricostruire un rapporto di confidenza, di complicità, di affetto che talvolta è mancato, e sarai un padre importante, come avresti voluto essere.

Mio padre era un uomo dolce e ha trovato una morte dolce, nel sonno.
Così lo ricorderò.

Valerio Cappelli
Corriere della Sera