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La scomparsa di Lisa

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Lei che si muove sicura, perché non vede pericolo intorno ai suoi passi. 
Lei che si china, misura, prende appunti. 
Lei che sta tornando alla scaletta più piccola per scendere. 
Lei che non può sapere che la sta aspettando una trappola. 
Lei che mette un piede dove non avrebbe mai dovuto metterlo. 
Lei che sbanda e precipita e, forse, è spaventata, perché capisce cosa sta accadendo. 

Mi chiedo spesso qual è stato il rumore che ha chiuso la sua vita e, ancora oggi, non mi spiego come ho fatto a non morire insieme a lei. 

Sono passati sette anni da quel giorno, il 29 settembre 2010. Ho percorso un devastante iter giudiziario, nelle cui udienze il suo nome mi ha scalfito troppe volte il cuore: «Quando l’ingegner Picozzi è arrivata…», «Lisa è salita da sola su quella superficie?», «Nessuno ha detto all’ingegnere che c’era un pericolo?» e via dicendo. Il processo ha stabilito la condanna in primo grado per i responsabili della morte di mia figlia, che hanno fatto ricorso in appello. Stiamo ancora aspettando. 

Il mondo va avanti, nel suo bene e nel suo male. La mia luce resta spenta. Mi muovo nel mio nulla e resto sempre ferma là, a oltre mille chilometri da casa, dietro un cancello di ferro, dentro un capannone bianco, dove il mio cuore agonizza sopra il sangue di mia figlia. 

Il mio dolore parla da solo e ha un linguaggio inequivocabile. Si insinua nel mio tempo, intacca la mia volontà, demolisce ogni mia difesa. Si è depositato nei miei occhi, spegnendone la luce, ha irrigidito le mie labbra, allontanandone il sorriso. Ha fatto di me un ectoplasma che gli altri vedono, abbracciano, consolano. Ma io non ci sono più, sto salendo una scala senza gradini, in preda a uno spasmodico bisogno di ritrovare quella metà di me che mi faceva vivere. Ma dove? Non ho luce, non ho orizzonte, non ho certezze e, intanto, mi consumo.

Qui il testo che accompagna l’illustrazione

Corriere della Sera