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La banalità della fretta di fronte all’orrore di Auschwitz

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Ad Auschwitz il cancello d’ingresso, sormontato dalla scritta beffarda «Arbeit Macht Frei», Il lavoro rende liberi, è piccolo rispetto a come te lo aspetti.

Lo guardo, ma un attimo dopo la guida mi tocca la spalla, dobbiamo andare a visitare i blocchi.
Presto, bisogna fare presto.
La rampa, i reticolati elettrificati, le torrette di guardia, il muro in cui avvenivano le fucilazioni.

Qui, ad Auschwitz e Birkenau, c’era in ballo il dovere della memoria, oltre alla firma dell’annuale protocollo d’intesa fra il ministero e le comunità ebraiche italiane (insieme con Associazione Nazionale Magistrati e Csm) per divulgare, sensibilizzare, formare il mondo scolastico, studenti e docenti, sul tema dell’Olocausto.

Ma il programma era stato concentrato, dagli abituali tre giorni di questo viaggio-studio per un centinaio di studenti con media al seguito, a due giorni. Cracovia e i lager. Il ministro dell’Istruzione all’ultimo non è andato, per un «impegno istituzionale»: ha mandato il capo di Gabinetto. Ma il programma era già stato fatto, in linea con la sua agenda.
E allora presto, bisogna fare presto.

Birkenau, sotto un cielo di latte tutto uguale, ti stordisce per la sua cruda essenzialità. Il binario che entra direttamente nel campo, i resti dei forni crematori, a sinistra qualche prefabbricato, a destra i dormitori delle baracche in muratura: quelle in legno furono distrutte per scaldarsi dai polacchi nell’inverno del 1946, particolarmente rigido. Ma bisogna fare presto, e non c’è tempo per andare a vedere le fosse comuni nel bosco circostante, o l’ufficio immatricolazione all’interno del campo, rimasto intatto, dove i prigionieri arrivavano dopo la selezione.
«Una delle cose più terrificanti», dice Marcello Pezzetti, storico della Shoah. Le sue spiegazioni sono appassionate e illuminanti.
Il primo giorno, a Cracovia, distante 60 km, ha preparato psicologicamente, emotivamente e culturalmente un centinaio di studenti di tutta Italia: è salito su una delle sedie di ferro, in piazza delle Sedie, dove avvenivano i rastrellamenti degli ebrei (in Polonia prima della guerra erano 3 milioni e mezzo, se ne salvarono 50 mila), e ha raccontato quello che definisce «il peggiore esempio che la Storia abbia dato nel corso dei secoli».

Ci sono Andra e Tatiana Bucci con i loro ricordi: avevano 4 e 6 anni quando finirono a Auschwitz, dove si salvarono 50 bambini su 200 mila che vi vennero deportati.

Qui la visita dura niente, un’ora e mezza.

Ecco la prigione nella prigione, dove si finiva per una punizione:
si veniva rinchiusi in uno spazio dove si poteva soltanto restare in piedi,
in due, uno di fronte all’altro,
e aspettare la morte;
si poteva essere legati a due pali con le braccia tirate fino a quando le ossa si rompevano,
poi si intimava di tornare a lavorare, richiesta impossibile,
e allora gli si sparava alla nuca.
Ecco il luogo dell’adunata, dove le donne, quando erano in soprannumero e dunque bisognava eliminarne un po’, venivano costrette a restare in ginocchio con le braccia alzate fino a 16 ore consecutive:
quando non reggevano più e le braccia cedevano, un proiettile anche per loro.

A passo spedito il Viaggio della memoria prosegue al blocco 5, e si cammina in fila indiana dietro le vetrate che contengono capelli buoni per l’industria tessile, pennelli per la barba, valigie con sopra scritto nome e data di nascita, perché una delle cose più incredibili è il modo ingannevole con cui i nazisti, allo scopo di non creare panico, spingevano i prigionieri a obbedire agli ordini: in questo caso, preparatevi che vi portiamo in un luogo dove ricomincerete la vostra normale vita.

Fuori c’è una piccola libreria e quasi senza vedere i titoli, perché il tempo vola, acquistiamo tre volumi: su un prigioniero del Sonderkommando, su una violinista a Birkenau, e uno intitolato «La speranza è l’ultima a morire».

Fuori ci sono decine di pullman di turisti.
Presto, bisogna fare presto.

Sono stato molto contento di compiere questo pellegrinaggio, terzo dopo Dachau e Mauthausen, e Alessandra e Alessia che lavorano al Miur sono splendide professioniste.

Ma i ricordi, di fronte al potere rievocativo di questi luoghi, non si sedimentano, faticano a depositarsi nella mente e nella memoria.
Non siamo andati per ricordare?

La visita lampo è come una piccola banalità del male, una sorta di selfie sfocato che rischia di trasformare una giornata che contribuirà a formare l’identità di quegli studenti, e a crescerli come cittadini migliori, in una gita fuori porta.

Arrivato in Italia, guardo i libri sulla Shoah e non riuscivo a sfogliarli. Li ho poggiati sul letto, sopra le coperte. È stata una strana giornata. Gli amici telefonavano, com’è andata? Non avevo voglia di raccontare. Figuriamoci i tanti sopravvissuti che si sono rinchiusi nel dolore e nel silenzio, rifiutandosi di tornare e di parlare.

Andra Bucci ha accettato di rovistare nella sua infanzia per la prima volta in pubblico nel 1995, 51 anni dopo. Presto, bisogna fare presto.

E dunque il senso di questo viaggio ha rischiato di prendere il sapore della gita, nella fretta si è persa l’intimità di fronte alla tragedia, che è un aspetto fondamentale; gli studenti ed io abbiamo avuto tante informazioni ma è mancata l’elaborazione, tutto è finito nella ruota infernale dei social.

Valerio Cappelli
Corriere della Sera