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Istruzioni per sconfiggere l’ignoranza creativa

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Diario ex post di un normale lunedì sera: avevo il biglietto per La Scala.
Myung-whun Chung dirigeva il Concerto per piano e orchestra N. 3 di Ludwig van Beethoven.
Mi aspettava, non sono riuscito ad andare. Troppi impegni, troppe cose da fare, troppo di troppo. Oppure disorganizzazione, quello che volete. In ogni caso va bene, capita.

Ma da giorni mi scopro ad usare tutte le intercapedini temporali della giornata per attaccarmi a Spotify, ascoltare il concerto di Beethoven (da ex studente fallito di conservatorio considero la fine del primo movimento la chiusura perfetta nella storia della musica classica) e colmare il mio senso di sconfitta. Ecco perché considero onorevole auto-costringermi – è questa la parola adatta ed è questo il punto della questione – a mettere nella mia agenda serate alla Scala di Milano e nei teatri. È faticoso. Ma non me ne pento mai.

Potete obiettare: ma chi te lo fa fare? La cultura è un piacere, non la prescrive il medico. Sì, ma almeno per come la vedo io lo spettro dell’ignoranza incombe sempre, non si fa mai annunciare e si nasconde bene: dietro mille impegni di lavoro da milanese imbruttito o meno. Dietro mille sacrosante incombenze familiari. Dietro giustificate stanchezze. Ci sono sempre mille e una giustificazioni plausibili per procrastinare un concerto, una serata a teatro o anche un libro.

Per quanto mi riguarda sono in ritardo cronico sul tema cultura: ho una lista di cose da fare che si allunga e il tempo libero che si accorcia (lo so: significa che sto invecchiando). Sono destinato a passare mille anni nel Purgatorio della conoscenza.

Ma proprio per questo mi auto-vincolo prendendo impegni che non mi deludono mai: una serata a teatro per seguire un lavoro dell’intramontabile Testori. Un concerto di Vengerov anche strappato a una giornata allungata a 25 ore. Una mostra.

Inutile tentare l’improvvisazione, vincerebbe l’ignoranza creativa.
La vita non è regolata dai ritmi circadiani o da quelli del cosmo: la vita nel 2017 (quasi 2018 avrebbe detto Roberto Benigni in «Non ci resta che piangere») è schiava dell’agenda. C’è chi la preferisce di carta, chi ha ceduto al vero padrone dell’uomo, l’iPhone, e chi conserva tutto a mente come esercizio anti-Google, ma non cambia.

Bisogna incastrare il tassello e prendere l’impegno con se stessi. Io faccio così.

Spotify è comodo e ubiquo, come Youtube. Ma non è la stessa cosa.

Massimo Sideri

Qui il testo che accompagna l’illustrazione

Corriere della Sera