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il Clandestino e il massacro che mi salvò

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Il mio amico Maurizio mi aveva avvertito, con la sua cadenza anconetana.

Gestire il chiosco sarà un massacro un bel po’.

Io ero in un periodo della vita di cui non mi andava più di parlare, avevo bisogno di massacrarmi un bel po’.

Ma se tu sei sano di mente e non senti il desiderio di farti del male, dammi retta, lascia perdere.

Era un casottino di legno bianco e celeste in riva al mare nel mezzo della baia di Portonovo. Una falce sottile di ciottoli bianchi a separare il mare cristallino dal monte Conero, che cala giù sin quasi a riva con i suoi profumi di macchia mediterranea. Da una parte la chiesetta romanica di santa Maria, dall’altra una torre di guardia del Settecento. Una meraviglia, insomma.
Peccato che in quel baracchino si mangiassero le stesse cose che trovate nei chioschi da spiaggia di tutta Italia: fritto misto e pasta ai frutti di mare.

Maurizio, però, era un albergatore visionario e uno straordinario creatore di emozioni e atmosfere. Aveva preso quel casottino anonimo l’anno prima e lo aveva ribattezzato Clandestino non solo per il brano di Manu Chao, ma perché lo commuoveva ancora il ricordo dell’esodo dei ventimila albanesi verso Bari.

E poi, l’idea rivoluzionaria: sfrattare dal chiosco la cucina tradizionale e affidare il menù alla creatività di un noto cuoco marchigiano.

Gestire il Clandestino sarà un massacro un bel po’, mi dice quindi Maurizio.
E io mi getto nel massacro.

Se avete in mente uno dei tanti film in cui un qualche guru della finanza di Wall Street decide di chiudere con quel mondo e aprire un chiosco in Messico per divertirsi e rilassarsi, beh, toglietevi quell’immagine dalla testa. Intanto perché io di finanza non capisco niente, e poi perché sono i clienti che si divertono e si rilassano, non voi.

Voi vi alzate alle otto del mattino, vi scaraventate sotto la doccia perché è già tardi, perché il chiosco da spiaggia è, appunto, da spiaggia e quindi alle otto c’è già qualche bagnante che se ne infischia del fatto che il Clandestino abbia chiuso alle tre di notte, e vuole cappuccino e cornetto oppure un caffè in qualcuna delle sue più stravaganti configurazioni.

Poi si svegliano i marmocchi: ora sono davanti a te, a milioni, e urlano ognuno un nome diverso di gelato che dovrai recuperare tu dal pozzo freezer, perché chi doveva gestire il chiosco con te si è dato malato appena ha visto quanto sia faticoso il suo sogno e anche gli stagisti giapponesi del cuoco marchigiano non ti aiutano dato che sono giù, sotto terra, a cucinare.

E comunque intanto è mezzogiorno e arrivano le cameriere per il pranzo, le quali dirottano su di te i bagnanti tradizionalisti che vogliono un piatto di spaghetti scampi e pomodoro ma si trovano in lista carpacci di pesce con avveniristiche spume passate al sifone.

E quindi litighi con i clienti, poi ricevi i fornitori, servi qualche altro bizzarro caffè e arrivi alla pausa.

Dalle quattro alle sei. E tu hai solo la forza di tuffarti in mare, uscirne e collassare al sole.

Poi, finalmente, arriva la ragione per cui resisti ogni giorno al massacro.

Lavori duro uguale, ma c’è che il Clandestino si trasforma con l’aperitivo della sera, quando appaiono i clienti che vogliono solo godersela. Spendendo poco o tanto, ma semplicemente godendosela. Ora sei su una nuvola sospesa nel vuoto a un metro dal mare, dove tutto è soffuso e rallentato e piacevole. E il piacere dei clienti in quella bolla irreale diventa il tuo piacere. Mangi e bevi divinamente, okay, ma non è solo quello.
È soprattutto l’atmosfera.
L’atmosfera creata dal mio amico visionario.

A volte, Maurizio mi aiutava a chiudere. Mandavamo a dormire la ciurma, legavamo sedie e tavoli, ci prendevamo da bere. E fumavamo.

Lui mi chiedeva se stavo meglio.
Io gli dicevo che no, ero in confusione; una confusione, avrei scoperto dopo, che sarebbe durata anni ancora.

Tu non devi fare questo mestiere, concluse lui, tu devi scrivere.

Dovevo questo frammento di verità al mio amico Maurizio Fiorini, perché sono passati vent’anni da quell’estate, e lui non è più.
Ma se io sono ancora lo devo anche a quel massacro.
A quell’annientarmi per trarre dagli altri una gioia di vivere che non avevo.

E dunque, se tu non sei nella condizione in cui ero io, ti ripeto, non aprire un chiosco.
Va’ al Clandestino, piuttosto, accenditi una sigaretta e, se non fumi, non fumarla.
Ma bevi, in memoria di Maurizio.

Aldo Pagano è in libreria con «Motivi di famiglia»