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Almaviva Napoli. Di nuovo in agitazione gli operatori dei call center

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Incontro Gianni dopo quasi due anni, fuori la sede di Almaviva in via Brin, ex zona industriale della città. Sono le 15,30. Non c’è il solito via vai per il cambio turno ma un andirivieni di persone dal negozio di elettronica affianco, sperando in qualche strascico di saldi del Black friday. È sabato e, dice Gianni, lavorano solo quelli della commessa Trenitalia. «Stanno smantellando tutto», aggiunge. Lo striscione che nei giorni precedenti era appeso all’ingresso dell’azienda – “Clausola Sociale Inps-Nessuno a casa-Almaviva Occupata” – è stato tolto.

UN PASSO INDIETRO
Nel dicembre 2016 era stato firmato un accordo ministeriale che bloccava le procedure di licenziamento per la sede di Almaviva Napoli. Un accordo sofferto e firmato dalla maggior parte dei rappresentanti sindacali napoletani, ma non da quelli di Roma, che avevano seguito le indicazioni delle assemblee fatte con i lavoratori nei giorni precedenti.

Non era un accordo facile perché discriminava i lavoratori: venivano eliminati gli scatti di anzianità pregressi e veniva congelato il trattamento di fine rapporto. Una procedura ritenuta da molti anticostituzionale. Firmato l’accordo, dopo un referendum nell’azienda di Napoli passato con il settantacinque per cento dei consensi, insieme ai licenziamenti dei lavoratori romani, ci fu la promessa da parte di Almaviva di rilanciare la sede napoletana. Arrivarono quindi varie commesse, tra cui quelle previdenziali di InpsInpdap ed Enasarco, quella Trenitalia e un’altra che inizialmente era destinata a Roma. L’accordo durava tre anni e prevedeva che se ci fosse stato un ritorno di profitto questo sarebbe stato distribuito ai lavoratori e gli avrebbe fatto recuperare gli scatti di anzianità, ma non il Tfr.

«Dopo l’accordo – dice Gianni – non ci sono stati problemi gestionali. Sui turni c’era un accordo sottobanco. L’azienda dava la possibilità di aderire a una sorta di sondaggio in cui si chiedevano quali erano gli orari preferiti dagli operatori. Quasi tutti hanno avuto i turni che chiedevano. Io ho fatto quasi sempre i turni pomeridiani».

Inps-Inpdap, la principale commessa di Almaviva, nel 2017 viene di nuovo messa in gara d’appalto. Mentre il personale non viene intaccato da questo bando e i lavoratori continuano a fare capo ad Almaviva, la parte logistica della commessa (licenze dei computer, software) viene affidata a un’altra azienda, Comdata Group, che vince la gara con un ribasso dell’ottantatré per cento rispetto alla stima iniziale del bando. Almaviva con un ribasso del quarantatré per cento era arrivata solo terza.

Nel 2019 vengono introdotte nuove mansioni sulla commessa Inps, dovute al reddito di cittadinanza e a quota cento, che portano quindi un aumento del volume del lavoro. L’azienda sposta circa centocinquanta persone sulle nuove attività. Alcune fanno la spola tra varie commesse, altre vengono “prestate” alla commessa Inps direttamente (secondo il regolamento aziendale di Almaviva), soprattutto nei mesi estivi. Ma Comdata e Almaviva non riescono a mettersi d’accordo sugli spostamenti di questi operatori, che Comdata ritiene in esubero sulla sua commessa.

Secondo la “clausola sociale” firmata nel 2016 dai sindacati confederali e inglobata nel contratto nazionale, nei passaggi di commessa nelle gare d’appalto, l’azienda entrante prende tutti i lavoratori dell’azienda uscente alle medesime condizioni contrattuali. Quindi livelli, scatti di anzianità e la fotografia del personale. Quest’ultima, secondo la clausola sociale, doveva essere scattata sei mesi a ritroso rispetto all’avvio delle attività. Almaviva prendeva come riferimento novembre/dicembre 2017 (fine delle sue attività e inizio di Comdata), mentre l’azienda entrante prendeva come riferimento la data di sottoscrizione di fornitura con Inps che, invece risaliva ad agosto 2018.

Insomma, per una questione burocratica, le 147 persone sposate sulla commessa Inps da altre commesse comparivano come operatori in surplus nella nuova gestione dell’azienda.

UNA SOLUZIONE PARZIALE
In questo clima di tensione e con parecchi giorni di lavoro a singhiozzo, i lavoratori decidono di occupare la sede. L’occupazione dura dal 22 al 27 novembre. Partecipano in molti, anche chi non fa parte degli esuberi ci tiene a dimostrare la propria solidarietà. «Però non tutti – precisa Gianni –, c’è anche chi, bloccato dal picchetto all’ingresso dell’azienda ha deciso di entrare da una delle porte di emergenza. Avevano paura di ritorsioni, ma lo sciopero è un diritto!».

Almaviva, in realtà, non fa nulla per contrastare l’occupazione. «L’azienda – spiega Gianni – voleva che i lavoratori rientrassero in Comdata e forse i calcoli fatti a priori su chi spostare da una parte all’altra non erano stati fatti senza furbizia».

Almaviva, Comdata, Inps e sindacati territoriali si accordano per una soluzione: il presidente dell’Inps Tridico, decide che alcune attività svolte allo sportello da Inps possono essere svolte tramite call center, creando così nuovi volumi che permetteranno a questi lavoratori di tornare al lavoro. I 147 rimarranno nella sede di Almaviva in via Brin fino a marzo e dovranno fare dei corsi di formazione (inglese e informatica di base).

Nel frattempo Comdata Group ha deciso di spostarsi in un’altra sede. Il personale Almaviva che lavora storicamente per la commessa Inps-Inpdap dal 1 dicembre lavorerà quindi nella nuova sede di Marcianise scelta da Comdata. «Nella clausola sociale – spiega Gianni – si afferma che colui che acquisisce la commessa dovrà acquisire la nuova sede nella territorialità di quella uscente, quindi si pensava che la scelta cadesse su Napoli e provincia, invece ce la mettono a circa trenta km da qui! Pensa ai tanti che come me vengono da Napoli e lavorano part-time quattro ore al giorno. Ma il problema si creerà soprattutto per quelli che a lavoro ci vanno con il trasporto pubblico. In effetti, per tutti sarà un salasso sia economico che psicologico».

Oltre agli operatori della commessa Inps di Almaviva, a Marcianise andranno i lavoratori di Comvisian, un’azienda di Arzano che aveva al suo interno una commessa Inps, e anche cinquanta lavoratori di Comdata che si occupavano di una commessa Vodafone, che l’azienda in questione aveva acquisito e poi lasciato in cassa integrazione per più di un anno. Intanto la commessa Trenitalia di Almaviva verrà messa a bando l’anno prossimo e i lavoratori rimasti in via Brin non dormo certo sonni tranquilli. (marzia quitadamo)